REFERENDUM: Si o NO? Pochi giorni per decidere….

Miscellaneous
// novembre 30, 2016

Tra pochi giorni ci sará questo famoso referendum, come cittadino italiano ovviamente vorrei dare il mio contributo sostenendo quello che credo sia più giusto, qual’e’ stata la mia difficoltà? Beh, ovviamente capire esattamente le strade che porterebbero le due vittorie.

Allora mi sono detto: ok, proviamo ad usare il web per il modo in cui e’ riuscito a cambiare il modo. Da qui una ricerca dettagliata, innanzitutto sul referendum stesso, dopodiché sui vari scenari che si aprirebbero (e con quali certezze), qualora vincessero il si ed il no, ed infine una selezione di personaggi a me “simpatici” ed “antipatici” che comunque mi danno un ulteriore aiuto nel compiere la scelta piú giusta

Cominciamo quindi nel capire l’oggetto del referendum stesso:

La riforma costituzionale Renzi-Boschi è la proposta di riforma della Costituzione della Repubblica Italiana contenuta nel testo di legge costituzionale approvato dal Parlamento italiano il 12 aprile 2016 e che sarà sottoposto a referendum confermativo il 4 dicembre dello stesso anno.

La riforma, nata con un disegno di legge presentato dal Governo Renzi l’8 aprile 2014, si prefigge «il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione».

Il provvedimento propone in particolare una radicale riforma del Senato della Repubblica, la cui principale funzione diventerebbe quella di rappresentanza delle istituzioni territoriali, concorrendo paritariamente con l’altra camera all’attività legislativa solo in determinati casi. Il numero dei senatori viene ridotto da 315 a 100 membri, i quali – eccetto cinque nominati dal Presidente della Repubblica – saranno eletti dai Consigli regionali fra i loro stessi componenti e fra i sindaci dei propri territori. La Camera dei deputati rimarrebbe quindi l’unico organo ad esercitare la funzione di indirizzo politico e di controllo sull’operato del Governo, verso il quale resterebbe titolare del rapporto di fiducia. Vengono anche introdotte alcune modifiche nel meccanismo di elezione del Presidente della Repubblica e di nomina dei giudici della Corte costituzionale. La riforma contempla inoltre la rimozione dalla Carta dei riferimenti alle province, l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) e la soppressione dell’elenco delle materie di legislazione concorrente fra Stato e Regioni; sono previste anche modifiche in tema di referendum popolari, procedimento legislativo e uso della decretazione d’urgenza.

La proposta di riforma, aspramente avversata dalle opposizioni parlamentari e da alcuni giuristi, è stata approvata con una maggioranza inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna camera: di conseguenza, come prescritto dall’articolo 138 della Costituzione, il provvedimento non è stato promulgato direttamente, essendo prevista la facoltà di richiedere un referendum per sottoporlo al giudizio degli elettori. La consultazione popolare, richiesta sia su iniziativa parlamentare sia attraverso una raccolta di firme, avrà luogo il 4 dicembre 2016; non essendo necessario il raggiungimento di un quorum, la riforma entrerà in vigore se il numero dei voti favorevoli sarà superiore al numero dei voti contrari.

Questi 5 motivi per votare si ed altrettanti 5 motivi per votare no:

Referendum costituzionale: i motivi del SÌ

1) Superamento del bicameralismo perfetto
Col sistema attuale, il nostro Parlamento è formato da Camera e Senato entrambe coi medesimi poteri di modifica delle leggi e sfiducia verso il governo. Con la riforma, il Senato subirebbe una vera e propria rivoluzione. Dagli odierni 315 eletti direttamente dai cittadini, si passerebbe a solo 100 rappresentati eletti in maniera indiretta, con funzioni molto limitate rispetto ad oggi.

• Il Senato discuterà e voterà assieme alla Camera solo le leggi che riguardano i rapporti tra Stato, Unione Europea e territorio, oltre che su leggi costituzionali, revisioni della Costituzione, leggi sui referendum popolari, leggi elettorali, leggi sulla Pubblica Amministrazione, leggi su organi di governo e sulle funzioni di Comuni e Città Metropolitane.
• Per quanto riguarda le altre leggi ordinarie, il Senato può chiedere alla Camera la revisione di una legge entro 10 giorni dalla sua presentazione, su richiesta di 1/3 dei suoi componenti. La Camera può decidere di non accogliere le modifiche proposte e andare alla votazione finale senza ascoltare il Senato. Le eventuali modifiche proposte alle leggi di bilancio o su leggi riguardanti competenze che vengono assegnate esclusivamente alle Regioni, possono essere ignorate dalla Camera solo se viene superata nella votazione la maggioranza assoluta.
• I senatori possono presentare disegni di legge alla Camera solo se il Senato appoggia la proposta a maggioranza assoluta.

L’intento più volte dichiarato dal governo è quello di trasformare il Senato in una “Camera delle Regioni” e cercare di velocizzare l’iter legislativo garantendo più poteri alla Camera dei Deputati.

2) Abolizione degli organi costituzionali superflui
Con la riforma viene abolito il Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro (CNEL). Nel testo costituzionale attuale, il CNEL ha potere di proposta legislativa sui temi legati all’economia ed al lavoro ma nella storia italiana non ha mai inciso in maniera rilevante nell’iter legislativo. Le funzioni per cui era stato pensato dai padri costituenti sono ormai prerogativa di altre istituzioni e la sua abolizione permetterà di risparmiare diversi milioni all’anno. Sulla stessa linea di principio, verranno abolite del tutto anche le Province e le loro funzioni saranno spartite fra Comuni e Città Metropolitane.

3) Leggi di iniziativa popolare e partecipazione
La riforma prevede nuove modalità per le leggi proposte dai cittadini: per presentare un ddl di iniziativa popolare in Parlamento saranno necessarie 150.000 firme (contro le 50.000 attuali), ma vi sarà la garanzia costituzionale che queste dovranno essere discusse e votate in Parlamento. Viene anche introdotto un nuovo tipo di referendum: il referendum “propositivo” o “di indirizzo” permetterà ai cittadini di richiedere al Parlamento di emanare una nuova legge su un particolare tema. Questo tipo di consultazione esiste già in Valle d’Aosta e nella provincia di Bolzano, ma è la prima volta che viene proposto anche su scala nazionale.

4) Riduzione dei parlamentari e taglio dei costi
Come già evidenziato, il Senato non conterà più 315 membri eletti direttamente dai cittadini ma sarà composto da soli 100 membri: 74 verranno nominati all’interno dei vari Consigli Regionali con un metodo proporzionale in base alla popolazione e ai voti presi dai partiti, mentre 21 saranno scelti dagli stessi Consigli Regionali fra i sindaci della Regione (ogni regione avrà un sindaco in rappresentanza, mentre il Trentino Alto Adige ne avrà due). Ogni senatore ricoprirà la propria carica per tutta la durata del suo mandato amministrativo e non riceverà alcun compenso per la sua attività parlamentare. I 5 senatori rimanenti verranno nominati dal Presidente della Repubblica e rimarranno in carica per sette anni. La carica di Senatore a Vita rimarrà in vigore solo per gli ex-Presidenti della Repubblica e per coloro che già la ricoprono. I tagli complessivi della riforma dovrebbero far risparmiare al governo intorno ai 500 milioni di euro, cifra contestata dagli oppositori, in particolare dal Movimento 5 Stelle che nelle ultime settimane ha portato in Parlamento il suo disegno di legge taglia-stipendi.

5) Stabilità del governo
Il Senato non avrà più il potere di sfiduciare il governo in carica, ma questo potere rimarrà prerogativa della Camera dei Deputati. Grazie soprattutto all’Italicum, la nuova composizione della Camera garantirà alla coalizione vincitrice un numero adeguato di deputati per formare un governo stabile e duraturo. Sono previsti anche limiti precisi che l’esecutivo dovrà seguire per l’emissione di decreti legge, strumento legislativo di cui i governi hanno da sempre abusato per attuare i propri programmi.

Referendum costituzionale: i motivi del NO

1) Il nuovo Senato
La principale accusa che viene mossa al nuovo Senato riguarda le competenze che esso dovrebbe condividere con la Camera dei Deputati: nella riforma sono specificati gli ambiti in cui le due Camere hanno di potere legislativo concorrenziale, ma non vengono indicati i criteri con cui riconoscere le leggi che rientrano in queste fattispecie. È probabile che verranno sollevati numerosi dubbi di competenza e che quindi le leggi debbano essere studiate caso per caso per capire se includono prerogative affidate al Senato. Questo rischia di rallentare di molto l’iter legislativo entrando in netto contrasto con l’intenzione primaria della riforma. Inoltre, diversi costituzionalisti criticano il fatto di aver ridotto troppo i poteri del Senato, rendendolo inutile come vero “raccordo” tra Stato e amministrazioni locali e denunciano il rischio di trasformare i senatori in “rappresentanti della maggioranza al potere nella singola regione, più che della regione in quanto tale”, viste le modalità di nomina. Forti polemiche si sono sollevate anche per il mantenimento dell’immunità parlamentare per i nuovi senatori.

2) Governo “autocratico”
Il governo avrà la facoltà di richiedere al Parlamento una “via preferenziale” per l’approvazione delle leggi ritenute necessarie per l’attuazione del proprio programma. La Camera avrà tempo 5 giorni per accogliere la richiesta e, se venisse accolta, 70 per approvarla con massimo 15 giorni di rinvio. Questa formula non potrà essere applicata alle leggi di competenza del Senato, alle leggi elettorali, alla ratifica di trattati internazionali, alle leggi di amnistia e indulto e alle leggi di bilancio. Dati i numeri garantiti alla maggioranza dalla legge elettorale attuale, l’Italicum, secondo alcuni con questa formula vi è un forte sbilanciamento di potere verso l’esecutivo, il quale può far velocemente approvare i propri disegni di legge senza un’adeguata discussione nella Camera. Alcuni costituzionalisti sono arrivati addirittura a delineare il rischio di un governo “autocratico”, che detta le proprie priorità ad un Parlamento incapace di controllare in maniera adeguata il suo operato.

3) Riforma Titolo V e caos competenze
La riforma Titolo V è sicuramente uno degli aspetti più dibattuti e difficili da comprendere per chi non ha nozioni di diritto costituzionale. Vengono ridefinite diverse competenze prima esclusive delle Regione che, post-riforma, tornerebbero in mano allo Stato. In particolare:

• Viene cancellata la definizione di “competenza concorrente” fra Stato e Regione, con le diverse materie ridistribuite fra le due istituzioni.
• Viene introdotta la nuova “clausola di supremazia”, che permette allo Stato di intervenire sulle questioni di competenza non “esclusiva” delle Regioni nei casi in cui è necessario un intervento per l’unità giuridica/economica dello Stato, o di più generico “interesse nazionale”.
• Viene introdotto anche il cosiddetto “regionalismo differenziato”, grazie al quale alle Regioni non a Statuto Speciale possono essere attribuite particolari forme di autonomia, a condizione che presentino un bilancio in equilibrio. L’attribuzione del regionalismo differenziato dev’essere approvata da Camera e Senato ed è inoltre richiesto un dialogo tra Stato e Regione interessata.

In linea generale vi è quindi un forte accentramento di potere nelle mani dello Stato. Scenario decisamente opposto rispetto alla situazione attuale. In una lettera aperta al governo inviata lo scorso aprile, 56 costituzionalisti hanno anche evidenziato la possibilità che si verifichi un forte rischio di confusione legislativa: con questa revisione del Titolo V, la procedura legislativa andrà a complicarsi in quanto prevederà “leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta”. Un caos di leggi decisamente in controtendenza con le aspettative di semplificazione e velocizzazione degli iter legislativi.

4) Criticità di forma
Nella stessa lettera citata nel punto precedente, i 56 costituzionalisti criticano la riforma in maniera formale e sostanziale, soffermandosi anche sulle modalità di approvazione oltre che nel mero contenuto: la riforma costituzionale è stata approvata con una maggioranza risicatissima al Senato, segno di non essere espressione di una volontà politica condivisa di cambiamento. A queste osservazioni di forma, si aggiungono anche quelle promosse dai vari comitati del NO: la riforma non è scritta in maniera corretta e lascia troppa libertà di interpretazione nell’attuazione sia legislativa che nel regolamento delle due Camere; non è frutto della volontà autonoma dell’organo legislativo ma è stata voluta, imposta ed approvata dal Parlamento sotto forte pressione del governo; inoltre, secondo i più critici, l’intera riforma costituzionale è illegittima in quanto prodotta da un Parlamento eletto nella sua interezza da una legge elettorale dichiarata incostituzionale (il Porcellum).

5) Volontà politica: ovvero far cadere il governo Renzi
Anche se questo punto non è legato strettamente al merito della riforma costituzionale, è innegabile che a spingere in molti a votare per il NO ci sia una forte volontà politica per far cadere il governo Renzi. È difficile prevedere come Renzi gestirebbe una potenziale vittoria del NO ma è certo che se effettivamente i cittadini non riconoscessero legittimo uno dei principali punti del programma di governo, i rappresentanti in Parlamento non potrebbero ignorare il significato politico del risultato. Con la dovuta pressione delle opposizioni, si aprirebbero la possibilità di presentare una mozione di sfiducia per la quale il governo rischia di non trovare più i numeri.

Ecco infine alcuni personaggi pubblici sostenitori del “SI”

Roberto Benigni è il caso più eclatante. Inizialmente si è detto contrario a stravolgimenti della Costituzione – che aveva definito “la più bella del mondo” – ma poi è stato protagonista di un clamoroso dietrofront, appoggiando la riforma Boschi-Renzi e affidando le sue ragioni a un’intervista su Repubblica. 

Flavio Briatore ha dichiarato che voterà Sì non già perché si ritiene poco convinto sul bicameralismo paritario, ma perché spera che il governo in carica investa sul turismo.

Claudio Bisio ha confermato la propria adesione alla trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora”, affermando però di non essere troppo convinto circa le scelte politiche del premier.

Favorevole alla riforma anche la giornalista tv Ilaria D’Amico, che sostiene l’impianto di fondo della revisione costituzionale, chiedendo “un governo che possa decidere davvero”.

Assai critico non sulla riforma in sé, ma sulla bagarre che si è venuta a creare intorno al voto, Giampiero Mughini, il quale ha comunque dichiarato che voterà Sì.

Stefania Sandrelli ha ufficializzato la propria posizione con un’affermazione stentorea: “La mia vita parla chiaro, non sono mai salita sul carro dei vincitori. Ma sul tema del referendum non bisogna perdere tempo, è un’occasione da non perdere”.

Convinti di votare Sì anche gli scrittori Susanna Tamaro e Federico Moccia, i filosofi Umberto Galimberti ed Edoardo Boncinelli, il fotografo Oliviero Toscani, Paolo Crepet, il giornalista Alessandro Cecchi Paone, gli storici Giuseppe Galasso e Andrea Carandini.

E questi alcuni personaggi pubblici sostenitori del “NO”

Tra i personaggi celebri, sicuramente il No ha perso la sua punta di diamante in Dario Fo, che, seppur malato, come d’abitudine non si era tenuto in disparte dall’agone, accusando apertamente Benigni di tradire se stesso.

Gli attori Toni Servillo e Monica Guerritore hanno aderito attivamente ai comitati per il No.

Convintissima Sabrina Ferilli, habitué dello sconfinamento in politica, che teme una “deriva populista” in caso di vittoria del Sì.

Contraria anche Alba Parietti, volto ormai solito ai talk show politici, la quale non teme di sostenere che la riforma “stravolge i valori partigiani”.

Piero Pelù, frontman dei Litfiba, non ha dubbi: “Voto No per toglierci di torno Renzi e i suoi scagnozzi”.

Diretto anche il matematico Piergiorgio Odifreddi, il quale ha definito la riforma “frutto della stupidità. Si fa danno agli altri distruggendo la Costituzione”

Esponenti del monto dell’arte e della cultura schierati per il No alle riforme: Leo Gullotta, Maurizio Crozza, Fiorella Mannoia, Elio Germano, lo storico Nicola Tranfaglia, lo studioso Luciano Canfora, Erri De Luca, Fedez, J-Ax, Andrea Camilleri, il magistrato Armando Spataro e Piergiorgio Odifreddi.

Ed ora non Vi resta che riflettere per qualche altro giorno e prendere la Vostra scelta

Silvio Crisari

Fonti: leggi oggi.it, Wikipedia, Lenius.it

 

 

Commenti

Categories
Miscellaneous