Scuole calcio 3.0

Calcio
// agosto 4, 2019

Oggi apro instagram e tra le pagine da seguire leggo un post della lega nazionale dilettanti che pubblica questi dati: 14 mila club, 1 milione e 200 mila atleti non professionisti; WOW numeri importanti. 

Poi penso ai risultati sportivi della nostra nazione e rifletto: ultimo mondiale vinto nel 2006, dopodiché un declino totale, gli ultimi “baluardi” che ci rendevano orgogliosi di essere calcisticamente italiani, che chiudono brillantemente le carriere (i vari Buffon, Del Piero, Cannavaro, Totti etc) e nessun giovane che in questi anni ci dia la parvenza di un riciclo generazionale.

C’è più di qualcosa che non va, 14 mila club dilettantistici… mmm

Allora guardo qualche annuncio, mi relaziono con qualche collega, ed il risultato è sconcertante;

Scuole calcio che fanno locandine con scritto: 2 allenamenti + una gara = tot xxx euro;

Scuole calcio professionistiche che fanno “selezioni all’ingresso” e poi dentro trovi livelli completamente disomogenei;

Annunci di società sportive che recitano: cerchiamo allenatore per vari gruppi e poi nei colloqui, dopo i convenevoli, le domande principali sono: hai degli sponsor? Quanti bambini ti seguono?

Ovviamente queste sono solo alcune delle barriere allo sviluppo, dopo c’è anche un discorso più specificatamente tecnico di metodologia, a 8 anni si gioca 11 contro 11, considerando il campo di 105 metri per 75 metri direi semplicemente una follia, per gli amanti come me delle statistiche volete sapere mediamente quanto tocca un bambino un pallone durante un amichevole/gara ufficiale? Beh il numero è sconcertante, tra le 40 e le 50 volte. 

Ho la fortuna di essere quasi coetaneo di Francesco Totti, di essere nato nel suo stesso quartiere e di aver vissuto un infanzia serena, dove si, esistevano le scuole calcio, volete sapere in base alle regole di 30/35 anni fa quante volte si toccava il pallone in ogni amichevole/gara ufficiale? 

Toccavamo il pallone tra le 40 e le 50 volte, niente o davvero poco è cambiato oggi.

Ma c’è qualcosa di diverso, i giorni che non andavamo a scuola calcio si giocava sotto casa, all’incirca dalle 15 alle 19, ossia appena dopo finito i compiti, finchè i genitori non ci venivano a riprendere di violenza per riportarci nelle case. Come giocavamo? 2vs2, 3vs3, 6vs5, 4vs3, 7vs7 in spazi variabili da 5 a 15 metri quadrati, con spesso in mezzo ostacoli come alberi e spazi di diverse pianure, terreni che variavano dal brecciolino all’asfalto, porte variabili e spesso “battimuri” annessi, il risultato statistico? Ho potuto svilupparlo perché proprio poco tempo fa, in un viaggio in Brasile, mi sono imbattuto in una situazione davvero simile, beh, il pallone veniva toccato tra le 550 e le 600 volte a bambino, moltiplicato 4 volte a settimana…. Mmmmm credo non serva neanche tirar fuori il numero per dimostrare che sicuramente quello che oggi va tanto di moda menzionare come “metodo cognitivo” veniva sicuramente sviluppato allora in modo naturale.

Ora ovviamente mi direte: si ma i tempi sono cambiati, non ci sono più gli spazi di una volta, il mondo è diventato pericoloso, i genitori hanno già tanti problemi con i lavori per far quadrare i bilanci familiari, è vero, però proprio per questo, le metodologie vanno riviste e bisogna adattarle a queste nuove esigenze. 

Serve sicuramente ridurre gli spazi di gioco per aumentare l’intensità, servono esercitazioni più dinamiche dove i bambini possano fare esperienze più complesse e risolvere tramite queste pratiche, le problematiche di livello sempre più elevato che gli vengono sottoposte.

Serve lavorare con passione, tramite rinforzi positivi, conquistando il cuore dei bambini, che solo cosi ci sapranno ricompensare con immensi risultati.

Serve coinvolgimento, creatività, passione, comprendo che le società stiano diventando sempre più un modello di business, ma sono certo che si possano collegare i vari tasselli raggiungendo tutti gli obiettivi.

Se non faremo questi cambiamenti resteremo indietro sempre a più nazioni e sinceramente perdere la possibilità di vivere emozioni come nel 1982 o nel 2006 a me non va davvero.

Quindi forza Italia, guardiamoci dentro, apriamo le nostre menti e mettiamoci al servizio collettivo della nostra Nazione. I numeri ci sono, ma senza la qualità non si va da nessuna parte.

Silvio Crisari

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