Meravigliosa intervista a Mister Davide Di Nicola

Football
// maggio 13, 2018

Un intervista speciale a Davide Nicola

La visione e le idee dell’ex allenatore del Crotone

L’errore più grande che possiamo fare è illuderci di comprendere il tutto, solo da una sua parte. Le interviste televisive di Davide Nicola, specie quelle del post-partita, mi avevano restituito l’impressione di una persona determinata, lucida nell’analisi, ma estremamente attenta alla scelta delle parole e in controllo di sé. Un uomo magari rigido. Per questo quando l’ho incontrato a Torino mi sono sorpreso nello scoprire un uomo aperto e sorridente, percorso da un’energia contagiosa, e soprattutto follemente innamorato del suo lavoro.

 

Davide Nicola ha iniziato ad allenare nel 2010 in Lega Pro, dove ha sfiorato i playoff-promozione col Lumezzane per due stagioni consecutive. Nel 2012 ha esordito in Serie B e col Livorno ha centrato la promozione in Serie A al primo tentativo. È stato poi al Bari, dove ha ottenuto una media punti inferiore solo a quella di Antonio Conte nell’anno della promozione (35 punti nelle prime 21 giornate, contro i 37 di Conte), prima di essere sollevato dall’incarico. Nel 2017 ha salvato il Crotone, alla prima partecipazione assoluta dei calabresi nel campionato di Serie A. In questa stagione, dopo quindici partite, ha deciso di dimettersi.

 

L’apice della tua ultima esperienza professionale, a Crotone, è stata la salvezza della scorsa stagione. La tua squadra sembrava spacciata e poi è diventata quasi ingiocabile. In questi casi cosa pensi che conti di più: accorgimenti tattici, motivazioni psicologiche?

 

«Partiamo dall’inizio: l’opinione pubblica calcistica non ci considerava all’altezza della categoria. Per noi è stata una deresponsabilizzazione, che ci ha permesso di mettere le basi per un percorso di crescita tranquillo. 

Poi abbiamo valutato le caratteristiche dei giocatori e la filosofia di gioco. Loro arrivavano da un 3-4-3, che aveva riferimenti sull’uomo (quello “gasperiniano” di Ivan Juric, ndr). Io avevo altre idee – per me contavano gli spazi e il duello creato all’interno di uno spazio – ma non volevo forzare un cambio in quel momento.

 

Dopo le prime 9 partite ci siamo resi conto che, per i valori delle squadre in Serie A, avremmo dovuto giocare sempre con un 5-4-1 – tra l’altro le grandi squadre ti costringevano comunque a farlo – oppure avremmo dovuto accettare una parità numerica coi 3 dietro, su spazi grandi, che non eravamo in grado di gestire».

Quindi, per i valori tecnici che portano in campo i giocatori di Serie A, il livello di rischio era eccessivo?

«Assolutamente sì. Era un rischio preventivabile? Certamente, ma alla fine contano solo le verità del campo, le sensazioni e i dati che ottieni dalle partite. Nella gestione delle ripartenze avversarie non eravamo così forti nei duelli uno contro uno. Se avessimo costruito dal basso, impiegando molti uomini e giocando troppi passaggi, avremmo perso molti palloni e finito per subire troppe ripartenze. Le prime partite di campionato ci sono servite per raccogliere queste informazioni. 

Per poter essere competitivi, poi, dovevamo essere capaci di produrre determinati numeri: un tot di punti e, a cascata, un tot di gol, di cross, di dribbling riusciti e così via».

 

Intendi dire proprio basandovi sui dati numerici?

«Diciamo che abbiamo bisogno di oggettivare le nostre sensazioni. I dati delle prime partite, oltre a dirci che non potevamo continuare col 3-4-3, suggerivano anche che le caratteristiche di 3-4 nostri giocatori determinanti erano adatte ad un altro tipo di gioco. 

Un gioco fondato su una costruzione dal basso, ma fatta con pochi giocatori, spogliata di tutti quei passaggi per noi potenzialmente pericolosi. Il nostro scopo è diventato portare la palla il più rapidamente possibile nella trequarti avversaria. Altre squadre giocavano dai 140 ai 200 passaggi in costruzione a partita, noi ci siamo imposti un limite massimo di 50 e abbiamo lavorato in allenamento per questo scopo.

 

Normalmente si divide il campo in tre porzioni, definendo una zona di costruzione, una di sviluppo e una di rifinitura. Noi abbiamo deciso di dividerlo esattamente a metà, definendo una zona di costruzione e un’unica zona di sviluppo e rifinitura. Ad ogni possesso, già il secondo passaggio doveva essere una verticalizzazione in avanti, o a cercare un centrocampista tra le linee o direttamente sugli attaccanti.

 

Questo lavoro ci ha portato ad avere volumi di gioco e di occasioni simili a quelli delle altre squadre di Serie A. Anche se avevamo una media di 480-500 passaggi totali a partita, contro gli abituali 700 delle altre squadre, per i passaggi d’ingresso nella metà campo avversaria siamo stati stabilmente nelle prime 6 squadre di Serie A. A quel punto abbiamo capito di potercela giocare.

 

Io e il mio staff lavoriamo sempre per soluzioni, mai per schemi».

 

La salvezza è arrivata all’ultima giornata. Come vivevi quei momenti, quando ancora non sapevi che il Crotone ce l’avrebbe fatta? Che accorgimenti prendevi per far credere che fosse possibile?

«Io credo in un approccio olistico: nessuna persona è un sistema di parti singole assemblate tra loro. Un atleta lavora sempre nella sua interezza – tecnica, atletica, mentale – e ogni cosa influenza l’altra. E ogni individuo influenza gli altri, all’interno del sistema squadra. 

Un atleta per attivarsi deve avere un bisogno, che è sempre interno, non posso darglielo io. Quello che posso fare io è dargli due punti di consapevolezza: “Chi sono? Chi voglio essere?”. Cioè all’atleta dai una visione, ed è il punto in cui entra in gioco la sua parte emozionale. Io non faccio altro che sovrapporre la visione ai sentimenti che provo. Anche se ho dei dubbi, anche se sento che non tutto va secondo i piani, non posso mostrare uno scostamento dalla visione: io voglio arrivare lì e farò di tutto per arrivarci. Se dici le parole giuste, proponi le esercitazioni giuste, ma trasmetti segnali di sfiducia, col giocatore non si creerà alcuna empatia.

 

Inoltre noi avevamo dei valori, che non erano quelli della Juventus o della Roma, ma erano altrettanto reali, concreti. Li ricordavo ai miei giocatori, mostrando loro le cose buone fatte in partita. E ho utilizzato la stampa negativa come leva motivazionale. Attenzione: una leva del genere va scelta opportunamente, oltre che utilizzata nei tempi giusti, altrimenti diventa controproducente».

Dei tennisti più forti si dice che sono capaci di girare lo scambio a loro favore in pochi colpi. Nel calcio esiste qualcosa di simile? I calciatori sentono quei momenti in cui possono far girare una partita? Si può allenare la gestione dei momenti?

«I momenti dipendono dagli episodi, funzionano da catalizzatore per le emozioni, che siano positive o negative. Non parlo per forza di un gol, un episodio del genere può essere anche una parata decisiva o una serie di corner. Adesso un elemento nuovo è costituito dal VAR: la pausa per la review arbitrale impone una sospensione delle emozioni, che i giocatori non hanno ancora del tutto imparato a gestire. 

Per me, l’unico modo di allenare la gestione dei momenti in partita è ricrearne il contesto in allenamento con le stesse difficoltà. Alleno in spazi simili alla partita, impiego lo stesso numero di giocatori. Costruisco esercitazioni simulando situazioni reali: siamo in inferiorità numerica; mancano 5 minuti e siamo sotto nel punteggio. Addirittura chiedo alle persone dello staff di sedere negli stessi posti, fuori dal campo, che abitualmente occupano la domenica, altrimenti costituirebbero un elemento di disturbo. I giocatori non sono mai dissociati dall’ambiente, e la specificità degli allenamenti li aiuta».

 

Che tipo di rapporto aspiri ad avere con i calciatori: di amicizia, autoritario, di semplice fiducia e rispetto?

«Ho due principi guida: voglio un rapporto leale e devo essere il primo a dichiarare i miei bisogni e i miei sentimenti senza nascondermi. Devo dire: “Io sono incazzato”. Che è diverso da: “Tu mi hai fatto incazzare”, perché io sono padrone delle mie emozioni. Dico: “Sono incazzato per questo motivo”. Questi due principi restano uguali per tutti, poi lo stile di conduzione cambia da persona a persona. 

Per esempio devo stare attento alla differenza di cultura, se ho di fronte un calciatore straniero. Lo stile è differente se ho già allenato quel calciatore oppure no; se è un ragazzo o un adulto. In generale le proprie decisioni vanno sempre spiegate, non c’è cosa peggiore di prendere decisioni senza fornire una motivazione».

 

Qual è allora l’identikit del tuo giocatore ideale?

«Non c’è, mi piace lavorare con tutti. Se mi costringi ad indicare un aspetto, ti dico che vorrei giocatori che hanno già piena consapevolezza di sé e delle proprie qualità. Che hanno quindi completato un percorso di crescita interiore, che è di solito lungo e molto travagliato. Voi di Ultimo Uomo avete scritto del perché è così difficile confermarsi in Bundesliga, per me il motivo principale è da ricercare nella bassa età media dei giocatori. Sono calciatori che non hanno completato il percorso a cui facevo riferimento».

Abbiamo anche parlato della distinzione tra un calcio reattivo e uno propositivo, in quale approccio ti riconosci? Quale calcio prediligi giocare?

«Se potessi, sbranerei tutti. Vorrei dominare il gioco, vorrei sempre andare a prendere gli avversari alti. Ma non c’è un allenatore che non voglia vedere la propria squadra giocare sempre in maniera entusiasmante. Purtroppo poi c’è la realtà. A me piacciono gli spazi, vorrei che i miei giocatori avessero una grande conoscenza dei meccanismi per occupare o liberare gli spazi. Mi piace avere a disposizione l’abilità individuale per dominare il pallone attraverso la tecnica. E poi vorrei avere velocità di palla, prevalentemente in verticale, perché mi fa emozionare, e so che se emoziona me, emoziona anche lo spettatore. A proposito: penso anche che a livello giovanile si dovrebbe giocare solo così».

 

Hai elencato una serie di principi tattici, ti porto l’esempio di Simeone. Ha ripetuto spesso che il suo Atletico non potrebbe giocare diversamente, per via del passato del club, per la sua tradizione. Conta il DNA di una società nelle scelte di un allenatore? E se non corrisponde alla filosofia di gioco nella quale l’allenatore crede, che si fa?

 

«Un allenatore intelligente sa adattarsi alla realtà, deve farlo. Se alleni una grande squadra, devi vincere titoli. Punto. Non serve che parli di crescita di un gruppo, è una perdita di tempo. Al contrario, se alleni una piccola squadra, come una neopromossa alla prima esperienza, devi strutturare un percorso attraverso una serie di obiettivi raggiungibili e misurabili. 

Va da sé, però, che per fare un determinato gioco, devi avere certi valori. Ti faccio un esempio: hai un giocatore che sistematicamente prende palla, entra nel campo e tira. Se tira 10 volte e non prende mai la porta, glielo fai notare e gli chiedi di fare altro. Ma se su 10 tiri ti prende la porta 10 volte e ti fa 4 gol, diventa un valore aggiunto che devi integrare con gli altri.

 

Questo fanno gli allenatori a certi livelli, quando hanno giocatori già formati e con qualità devastanti. Fornire a tutti una spiegazione del perché quel tipo di movimento, che un giocatore fa per le sue caratteristiche, è un valore aggiunto per la squadra, è il lavoro da fare».

 

Qual è l’allenatore che ti ha più impressionato da avversario?

«Per me Allegri può giocare in ogni modo e può allenare qualunque giocatore. Ha una maturità perfetta nella gestione della rosa, ha una lettura incredibile a partita in corso. Allegri in questo momento è al top. Sa come aggiungere imprevedibilità al suo gioco, sfruttando le caratteristiche base dei suoi calciatori, e adotta strategie differenti studiate sugli avversari. Quest’anno la Juve ha dominato tutti gli avversari tranne uno, il Napoli, ma per una sua scelta strategica. 

Ma anche Sarri si sta dimostrando un allenatore molto intelligente: in determinati ambienti, i giocatori più influenti si aspettano che tu li metta nelle migliori condizioni per far bene. Devi avere la forza per convincerli che le tue soluzioni sono le migliori possibili, e puoi farlo solo attraverso le vittorie. Altrimenti sei tu costretto ad adattarti.

 

Il passaggio che ha fatto Sarri al Napoli, dal 4-3-1-2 al 4-3-3, è un esempio: ha cambiato il modulo e alcune strategie, ma i suoi principi non sono cambiati.

Sarri ha saputo riempire un buco da 36 gol, trasformando Mertens in un fenomeno. E ha fatto evolvere il Napoli nell’interpretazione e nella gestione dei novanta minuti: stanno vincendo quelle partite che negli anni precedenti non sarebbero riusciti a vincere.

 

La Juventus sta facendo meglio degli anni scorsi, ma ha davanti un Napoli che sta resistendo in maniera straordinaria. In questo momento nel nostro campionato abbiamo una bellezza incredibile, per due espressioni di gioco che, per quanto diverse, hanno dei punti di contatto».

Tu hai giocato e allenato sia in A che in B. Quali differenze ci sono per un giocatore tra i due campionati? In cosa si manifesta insomma il salto di categoria?

«Sono ancora il quarto giocatore con più presenze in Serie B (in realtà il quinto, ndr), quindi io sono stato un giocatore di Serie B. Ma ho sempre pensato di poter giocare in Serie A, solo che ci sono arrivato a 32 anni. Per me è stata tutta una scoperta, se non hai esperienza di una certa situazione, sei spaesato. Più o meno è come quando cambi lavoro, dopo essere stato nello stesso posto per 15 anni. 

L’aver provato il passaggio dalla B alla A da giocatore mi ha aiutato a riconoscere il senso di spaesamento che avevano i miei giocatori a Livorno. Li ho aiutati a gestire determinate situazioni che per loro erano nuove».

 

Pensi che essere stato un calciatore professionista sia necessario per allenare?

«No, non è fondamentale. Fa parte del tuo bagaglio, può essere utile per riconoscere delle dinamiche di gruppo e delle situazioni che hai vissuto. Ma non è necessario. 

Ad ogni modo tra alcune categorie non c’è una grande differenza come espressione di gioco. Negli ultimi anni ci sono stati tanti esempi di promozioni consecutive. Il salto verso la Serie A è più grande: statisticamente delle 3 squadre che salgono dalla B almeno 2 retrocedono l’anno successivo. C’è una grande differenza di qualità, e la qualità non è soltanto fisica, tecnica o tattica. È anche psicologica. È anche nella percezione diversa che ha un calciatore di A, è nella diversità delle scelte che fa.

 

Che ne pensi delle squadre B?

«Come allenatore ti dico che possono essere utili se creano occasioni nelle quali i giovani incontrano contesti sfidanti. Le squadre Primavera comunque continuano a sfornare talenti. Pinamonti, Cutrone, Tumminello, Kean: hanno dominato in Primavera ma stanno dimostrando di avere i numeri per potersi giocare la massima categoria. 

Non so se le squadre B siano meglio o peggio per il movimento italiano, non è una decisione che mi compete. Ma se lo facciamo per allinearci ad altri movimenti europei, e se può servire ad agevolare i giovani nel salto verso il professionismo, perché no?».

 

Prima hai parlato di analisi attraverso i dati, che è uno strumento relativamente nuovo. Sembrerebbe, leggendo le dichiarazioni fatte a mezzo stampa, che i manager italiani siano scettici verso l’analisi statistica. È un’impressione corretta? Tu pensi che i dati siano invece uno strumento irrinunciabile?

 

«Credo che ciò che si fa sia diverso da ciò che si dice pubblicamente. Gli allenatori danno importanza ai dati. Il problema vero è che arrivano troppi dati e non tutti servono. Però i Big Data applicati al calcio possono aiutarti a sbagliare il meno possibile, a rendere più oggettive le tue valutazioni. 

È nella nostra natura umana fare un percorso all’incontrario: subisco un evento, e poi vado a ricercarne le cause. I dati invece ci aiutano a invertire il rapporto, o quanto meno a essere più distaccati. Poi sbaglieremo sempre. Non potrai mai evitare di sbagliare. Ma l’errore è l’elemento fondamentale di ogni percorso di crescita».

 

Ancelotti, alla fine del suo primo anno da capo allenatore, alla Reggiana, disse: “Troppo stress, tra 3 anni al massimo smetto”. E parliamo comunque della metà degli anni ‘90. Oggi come si resiste alle pressioni di squadra, di società, di ambiente, di media e anche dei social? Di cosa è fatto un allenatore?

 

«Oggi un allenatore deve fare un percorso a 360 gradi, quasi di livello accademico. Deve avere nozioni di base di medicina per poter dialogare con i dottori, perché comunque la responsabilità di schierare o meno un atleta che torna da un infortunio è sua. Deve formarsi perché la sua comunicazione non lasci nulla al caso. Deve capire come funzionano le persone e i gruppi sociali, per creare una relazione emotiva con i suoi calciatori. Io ho lavorato molto su di me, per 5 anni, prima di fare quello che faccio. 

Poi devi avere una visione, una proiezione futura. Tutte le settimane ci sono alti e bassi, spesso vanno dietro ai risultati. Ma sei hai una visione, ti distacchi o quanto meno dai il giusto peso. Quali sono le cose che posso controllare? Fondamentalmente due: chi sono io e cosa voglio. Dove sono e dove voglio arrivare.

 

Lungo il percorso ho dalla mia il mio gruppo di lavoro e il nostro metodo. Questo mi toglie tutta la pressione da dosso».

Parliamo di futuro, allora. Pensi che un giorno nel calcio l’idea di ruolo verrà abbandonata definitivamente, per parlare solo di funzioni o compiti?

«Sì, ma per me è già una realtà. Io ragiono in termini di occupazione dello spazio in non-possesso palla e in possesso palla. Cioè gli stessi giocatori possono occupare spazi differenti nelle due fasi. L’idea di gioco di Guardiola si fonda sugli spazi e la sua bravura, oltre che la sua imprevedibilità, si concretizza nella dissoluzione dei ruoli. 

Ma è una battaglia che porta avanti anche Allegri: lui parla di occupazione degli spazi nelle due fasi, sono gli altri (i media televisivi, ndr) che continuano a parlare di moduli».

 

In quest’ottica pensi che stiamo andando verso calciatori sempre più specialisti (mezzali da inserimento, laterale di una difesa a 3) o verso calciatori sempre più polifunzionali?

 

«La specializzazione sta nella polifunzionalità. Non sta scritto da nessuna parte che una maggiore specializzazione porta più facilmente alla formazione di un giocatore di livello top. Per me un giocatore top è anche quel calciatore che in una grande squadra gioca 15 partite all’anno, sempre in posizioni differenti, e che alla fine in quella squadra ci sta per 20 stagioni. Perché sa che quello è il suo ruolo e lo esprime nel migliore dei modi, anche fuori dal campo. 

Diamo la stessa importanza anche a chi non ottiene le prime pagine. A me piace avere giocatori così, che giochino in più posizioni, che vadano ad occupare spazi diversi, perché questo aggiunge imprevedibilità al gioco».

 

Allora che calcio vedremo nei prossimi anni: ancora più di transizione? O pensi che i club più importanti torneranno verso una maggiore gestione del pallone?

«Il calcio è un gioco fatto di transizioni. Semplificando all’estremo, abbiamo sempre una fase statica e la sua transizione: avevo la palla e la perdo; mi difendevo e la riconquisto. 

Il gioco oggi è fatto mediamente al 70% di transizioni. Poi in che modo si svilupperà, come cambierà questa percentuale, non si può prevedere con certezza, anche perché spesso nel calcio si ragiona per mode. In Italia le valutazioni sono molto dipendenti dal risultato, è un campionato in cui c’è più mantenimento palla, rispetto ad altri, per un atteggiamento prudenziale.

 

Invece in Inghilterra, come ho sentito dire da Patrice Evra in una bellissima intervista, la mentalità vigente è del tipo: “Io ti do un cazzotto e poi aspetto che me ne dai uno anche tu”, ed è esattamente quello che il pubblico desidera e si aspetta di vedere.

 

Secondo me, l’evoluzione del gioco sarà differente a seconda della cultura della nazione e del campionato».

 

Abbiamo sfiorato il concetto di visione più volte nella nostra chiacchierata. Tu personalmente dove ti auguri di essere tra 5 anni? Qual è la visione di Davide Nicola su Davide Nicola?

«Ah! (sorride, ndr) Io sono in una grande squadra – nota bene, al presente – a giocare competizioni che non sto giocando adesso. Sono un allenatore con ottime idee, che crea problemi ai colleghi, sempre col sorriso e rispettando tutti».

Intervista di Alfredo Giacobbe

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